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E ritorno

E ritorno a casa
Tra le strade umide e vuote
Tra le impronte di ruote
Che hanno accarezzato la città.
E ritorno a casa
Dopo anni di attese
Tra offese e sorprese
Che hanno preso casa in me.
E non sai che nome ha
Quel brivido che sale
Quando hai sempre vissuto qua
Ma ti sembra sempre più speciale.
E ritorno a casa
Tra l’asfalto ed il catrame
Tra i fiori cresciuti nel letame
E l’oro sommerso nell’argine.
E ritorno a casa
In mezzo a tutti i volti stanchi
Ed i capelli sempre più bianchi
E capitoli che non cambiano pagine.
E non sai dov’è
Il tuo cuore che fugge via
Ma che abita in te
E ti guida nella foschia.
E ritorno a casa
Tra rughe ed umiltà
Tra istanti ed eternità
Sarà sempre un pezzo di qua.
E ritorno a casa
Sotto nuvole passeggere
Tra volere ed avere
Scelgo ancora di voler avere
E ritorno a casa

Il silenzio del viale

Ci sono dei fogli sparsi e il pensiero di quella strada buia con gli alberi neri sul tramonto violaceo … 

poi il silenzio …

e i miei occhi riflessi nello specchio … 

e i miei occhi davanti allo specchio … 

c’e’ una cesta intera di panni sporchi delle magliette nell’armadio … 

e il divano del mio studio e’ sempre coperto di oggetti, indumenti, giocattoli … a volte ci dormo rannicchiato … altre vestito … ci sono dei punti pieni di polvere … 

quelli sono i punti fermi, 

in quelli mi riconosco, 

l’asciugamano sul termosifone… 

la foto di me piccolino in una cornice d’argento … 

la lampada a uovo anni settanta … 

sono le cose che non si muovono che mi ricordano dove mettere i piedi … 

e se mi ricordo li metto a terra … mentre qualcosa mi chiama ancora allo specchio, 

agli zigomi a cui appartengo, 

alle labbra spesso incurvate verso il basso 

e ai colori scuri che mi sbiadiscono i contorni … 

con i piedi a terra cammino fino al punto in cui mi vedo … 

sorrido, 

ho dimenticato gli occhi nella strada buia, nel tramonto delle 5 e 30 … 

certe volte vorrei poter non appartenere a niente …

Gli ultimi giorni (non voglio che tu vada via).

Non ho mai pensato a quel momento, né avrei potuto immaginare che potesse arrivare e che facesse così male. Ma tu eri tu e, tra l’importanza e l’esclusività che meritavi, c’era anche il dolore del dopo che mi stavi lasciando. Perché? Era troppo ingombrante per portartene un po’ anche tu? Hai sempre lasciato un segno ovunque: dalle impronte dei pochi quadri alle pareti, alla firma indelebile dietro il legno di una panchina che solo io e te sappiamo … ho scritto per te, suonato per te, parlato, detto cose, imprecato, pianto per te … ricordo un giorno, il giorno in cui per l’ultima volta misi piede in quell’alloggio, passeggiando per le stanze che già erano ricordo, ripetendomi:

… allora la cercherò. Ho deciso che mi manca nel momento che ho compreso che la mia vita è solo più un contenitore per la sua assenza. Ho un’ultima immagine del giorno prima della sua partenza: passeggiavo per le stanze vuote, mentre lei saliva e scendeva la scala esterna con le ultime scatole e mi chiedeva “ma che fai lì dentro? Me la dai una mano?” … darle una mano ad uccidermi?? Stavo, invece, lì dentro nel buio vuoto, trascinando i piedi per alzare volutamente la polvere e stupendomi, poi, che ce ne fosse così tanta nascosta dietro le sue poche cose; mi sono chiesto quanta di quella polvere, di quei micro organuli svolazzanti fossero parte anche della mia presenza qui. Quanto amore sarebbe uscito dai nostri corpi per mischiarsi in questa danza di schegge luminosissime e volteggiare per sempre in quelle stanze? E quanto sarebbe durato questo per sempre? Saremmo stati i fantasmi di qualcosa che  è accaduto, taciuto, falsamente dimenticato, silenziosamente giocato o sofferto, ma che rappresentava noi, lei, io. La guardavo scendere senza un gesto d’aiuto o un atto di clemenza verso il suo impegno. Ed è allora che dalla sua borsa cadde una busta chiusa, senza un nome o un indirizzo e decisi arbitrariamente che mi appartenesse …

“Vorrei restituirti quei mille sorrisi, quei mille abbracci, quei mille baci… Vorrei dirti tutte quelle parole che ho nascosto anche a me stessa troppe volte… Vorrei spiegarti il perché di tante cose, ma a volte il senso di quello che faccio non lo so spiegare neanche a me stessa… sono un’anima instabile tormentata da mille emozioni diverse e contrastanti fra di loro ogni minuto: sto bene, sto male, piango, rido… e poi? Poi rimane il vuoto qui nel mio petto… e poi ci sono quelle notti in cui non riesco a dormire perché ho un costante peso sul cuore che mi schiaccia… mi sai dire cos’è?? Sono tante le cose che posso cercar di spiegarti, ma a cui non posso dare una risposta… e a cui tu non puoi dare una risposta! A cosa serve parlartene? Forse il tutto cambierà?… ma perché angosciarti, perché farti carico di ciò che mi tormenta? Questo non si supera in due, non è qualcosa che si può condividere… per questo ti allontano prima da me, prima che la mia malinconia possa inghiottirti, prima che i miei pianti echeggino nella tua anima, prima che tu mi veda allontanarmi sempre più. Questo non è il mio mondo, il mondo dove vivi tu non ha un posto per me! E le lacrime non valgono il giusto prezzo per pagare la mia entrata là. Devo cercare il mio giusto equilibrio, il mio posto, me stessa! Non so dove lo farò, so solo che non sarà qui. Devo trovare un significato alla mia vita e non mi basta un grande amore.. Ho bisogno di altro per ritrovarmi, ho bisogno di qualcosa che non so… e forse quando troverò la mia isola che non c’è potrò dire di non aver cercato invano… e avrò ottenuto tutto quello che la mia anima voleva… e solo allora potrò sentirmi in pace con me stessa e pagare finalmente l’entrata nel mondo della Felicità.”

La tua finestra

Mostrare al mondo il luogo in cui tu posavi i tuoi gingilli è come mostrare una parte intima di te che solo a me era dato conoscere. Io ti condivido come un libro aperto, tu mi ci hai chiuso dentro come un fiore secco…

Ritorni

La vita è fatta di ritorni, un oggetto che ritrovi,una città che rivedi. Ho avuto molti mancamenti con massimi sbalzi in minimi tempi; salti mortali sui trapezi del mio umore e, sotto, il vuoto di uno spazio pieno, ma di sola aria,davanti allo scenario della terra che mi ha sputato mondo, il posto in cui mi ostino a voler restare. Nonostante tutto. Perché per me è sempre stato più semplice correre sotto le granate che passeggiare sotto le macerie. Quanta vita mi è passata accanto mentre io passavo oltre, quante mani avrei potuto stringere, quante labbra avrei potuto baciare, quante cose avrei potuto imparare … sono vuoti, questi, che non mi perdono facilmente. Bisogna essere stupidi per disprezzare tanta gratuita cura, ed io lo sono stato. Molte volte ho pensato che basta, che dovevo farla finita, metterci un punto, e non ne ho avuto la forza, perché so benissimo che non ci sarà mai un punto; certe parentesi restano lì, aperte, come le porte della metro di notte. Facciamolo più spesso, prendere l’auto e partire, stare tanto tempo insieme, anche in silenzio, anche litigando, anche a costo di odiarci un pochino; organizzare giornate e spostamenti, guardarci e ridere, metterci di fronte a noi stessi, perché fa bene, fa solo bene. E’ così che a me piacerebbe vivere: con l’entusiasmo che ti leviga il viso, la premura di fare, il tempo che ti divora e la noia che non sai nemmeno cos’è. Se il sole si alza, le mie palpebre non cedono ad abbassarsi. Non me ne frega niente di dormire, la notte non è che una sfida che la luna ci lancia per sognare da svegli. Dentro di me sorge una nuova consapevolezzae ricomincio da qui. Mi riposo e ringrazio Dio, se esiste. Perché i miracoli accadono tutti i giorni, se abbiamo la forza di volerli. Mi ci è voluto un miracolo per innamorarmi di te, adesso me ne serve un altro per smettere di amarti.

Sarà la mia parte …

… la realtà che recito ogni giorno, perché ogni giorno fingo che sia fatta su misura per me, come dal sarto che ha imbastito l’Universo, ed invece mi sta stretta come una qualsiasi metafora possa indicare una cosa scomoda, anchilosante, imprigionante, ingombrante, noiosa, deludente, deprimente,  commiserevole. Come la mia esistenza. Durare attraverso anni che non mi sarebbero spettati se non in nome di una casualità che alcuni chiamano fortuna, altri miracolo … di fatto è che sono ancora qui, sgomento, e non dovrei esserci più. Ho perso l’amore, la possibilità di vivere la vita in modo da poterla, poi, definire tale, con un tempo indeterminato in affido e gli assistenti sociali della vita che scendono ogni giorno a sincerarsi di quello che sto combinando (niente), come angeli con un’ala sola: altro che “volano solo abbracciati”, questa è poesia scontata e squallida … gli angeli che perdono un’ala cadono a terra e si frantumano. Come la mia vita, da quando  ho perso te. C’era un brano di un gruppo che raccontava un surrogato di questa porca fine tra di noi e, sconsolato, era lui a dire “magari tuffarmi nel lavoro” … ecco … è quello che faccio ogni giorno e lo faccio come se uscissi per venirti a trovare. E che bell’inganno che è anche questa visione: vivo un mondo olografico di situazioni reali finché non provo ad entrarci, e regolarmente scompaiono. Sarà la mia parte, la dovrò recitare, probabilmente. Non so da dove iniziare … o dove farla finire … vieni con me, ti porto in un bel posto … proprio. Ma è l’unico modo per tenerti ancora in me.

Concediamoci…

… un’ultima chance. Per favore.

On your breast (una larga vacanza)

A me le vacanze stanno larghe. Tutto questo tempo vuoto che non so come riempire … E’ così libero che non lo sopporto. L’etimologia della parola vacanza: “vancans, vacuo”. Io soffro il vuoto: il vuoto mi dà nausea e mi spaventa. Sarà che per navigare, ne sono convinto, serve sempre una rotta. Evidentemente, anche a star fermi si ha bisogno di un’ancora. Sono prigioniero di un’ottica tale per cui tutto ciò che è libero è inutile. Se mi sdraio al sole, passano cinque minuti e mi dico “che fare?”.
Mi si sciolgono i buoni propositi, si affievolisce il mio già scarso entusiasmo … e non c’è niente che susciti in me un interesse tale da portarmi a vincere questo punto di vista.
Tutto è come l’odore del mare: ti accarezza le narici come una promessa, è un marinaio che ti giura libertà e poi mica te la mostra, che ti dice “so dov’è il tesoro”, e poi ingoia la mappa. Alzo gli occhi.
Il paesaggio dei miei giorni è un pugno nell’occhio, così duro da accecare, una distesa di cemento; la gente brulica per la strada affollata per i saldi, la borghesia che pullula, tutti in lizza per l’occasione, spendi, compra e non pensare. Il cielo di un azzurro stanco, un enorme sbadiglio, di fronte ad uno spettacolo già visto. I blu, strascichi elegiaci, drappeggiano già dietro la mia schiena. Il traffico è un lunghissimo serpente di lamiere e io sono solo una squama. E’ questa l’illusione che regalano le grandi città: ti fanno credere di essere protagonista, attore, parte fondamentale, quando invece non sei altro che comparsa, dipendente di un alveare, l’ennesimo mattone nel muro del rumore. Tu pensi di giocare, la verità è che il gioco sei tu.
Una vampata di nostalgia, il ricordo della mia mamma che sta sveglia per controllare che io dorma, i colpi di tosse del mio papà  e il mio pronto “e smetti di fumare …”, la mia compagna (la mia compagna) che mi invita a non scappare e a godere del tempo, il mio amico, il primo che ho visto e l’ultimo che ho salutato. Che quando mi abbraccia mi stringe forte e respira a fondo, e io invece non respiro più, perché ci sono cose cose così larghe da lasciare senza fiato; come le vacanze.
A me le vacanze stanno larghe, preferisco settembre e se c’è una cosa che mi sta cucita addosso è la sua sagoma, quella sensazione di nuovo, quell’odore di carta, quel vecchio caro entusiasmo di ricominciare, le mille cose da fare, addormentarmi la sera e svegliarmi dentro te nel grigio di un mattino che … chi se ne frega … qui dentro ci siamo noi, così, senza colore … e la mia casa è il tuo seno.

A te.


La furia del temporale si rovescia su una città stranamente quieta e muta; tutto tace questa sera.
Non ha voglia di parlare … avrà perso le parole, come me, come noi,
che non abbiamo più nulla da dirci se non per farci male.
Quante volte abbiamo avuto la fortuna di godere del freddo là fuori,
e fargli dispetto col nostro calore?
Thomas Newman in sottofondo … un’anima a tutto volume … 
cerco il nostro passato e trovo frutti profumati e floridi al sole di un embrione d’estate.
Li colgo uno ad uno, li voglio mangiare, li sbuccio, li apro e ci trovo del marcio …
Le cose non sono mai come sembrano da fuori.
Col senno del poi mi trovo a scandirle, a spogliarle, a vivisezionarle, senza anestesia.
E fa un male atroce scoprire che in fondo, si, non erano sane …
anche se ci facevano apparentemente stare bene, tanto bene.
Erano il prodotto difettoso di una catena di ingranaggi folli, frettolosi e poco oliati.
Abbiamo saltato troppi passaggi, abbiamo omesso troppe etichette.
Non abbiamo saputo dare il nome alle cose, non abbiamo saputo affrontarle,
non abbiamo saputo dirle.
E te ne sei andata via, senza troppi arrivederci.
Ti sei eclissata come una stella esausta, non brilli più.
Mi stai buttando via come se fossi uno qualunque, come se tu potessi comprarmi,
come un cappotto o un paio di scarpe,
come se anche domani tu potessi avermi …
… ma io non ti amerò, domani.

La striscia nel prato

Mi manchi anche in questo…
 

 
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